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Cronaca | 28 marzo 2025, 16:43

Era accusato di caporalato: assolto il gestore del Centro di accoglienza di Racconigi, difeso anche dai braccianti

Il processo era nato a seguito di testimonianze di alcuni migranti ascoltati senza l'interprete. I ragazzi, ospiti del centro, erano alle dipendenze di un imprenditore agricolo di Costigliole Saluzzo, che ha invece patteggiato per sfruttamento

Immagine di repertorio

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Turni di lavoro massacranti, compensi irrisori e soldi trattenuti dalle loro buste paga come “rimborsi spesa”.

Erano queste le pesanti accuse mosse dalla Procura di Cuneo nei confronti di M.M., un dipendente della cooperativa torinese “liberitutti” che si occupava della gestione del Centro di Accoglienza Straordinario di Racconigi, allestito nell’ex hotel Carlo Alberto. Accuse che però, oltre a non aver trovato alcun riscontro in istruttoria, non hanno convinto il giudice, che ha infatti assolto l’imputato perché il fatto non sussiste. 

Per l'uomo il pubblico ministero, parlando dell'"ipocrisia che sta dietro il mondo dell’accoglienza ai richiedenti asilo", aveva chiesto la condanna alla pena sospesa di 1 anno 5 mesi e 10 giorni di reclusione oltre al pagamento di 10.000 euro di multa. 

Tutto nacque nel novembre 2021, quando un gruppo di richiedenti asilo, ospiti del centro, mise in atto una protesta che richiese l’intervento delle forze dell’ordine. Il motivo del malcontento, in un primo momento, sembrava essere dovuto al fatto che nella struttura “non si mangiasse bene” ma poi, quando i Carabinieri iniziarono ad ascoltare le voci di alcuni loro, ne sarebbe emerso un quadro di sfruttamento del lavoro.  

Molti dei braccianti iniziarono a presentarsi in caserma tramite un ‘passaparola’, muniti di bigliettini su cui venivano annotate le ore di lavoro nei campi di frutta di un’azienda agricola di Costigliole Saluzzo. Dai documenti raccolti, in effetti, risultò un quadro di caporalato e il titolare dell’azienda patteggiò la pena. Al datore si contestavano pagamenti in nero e retribuzioni non proporzionate all’attività lavorativa dei braccianti.

Con lui, venne anche rinviato a giudizio M.M, il gestore del Cas di Racconigi che scelse il dibattimento, assistito dall’avvocata Luisella Cavallo.
Sin dalle prime udienza a carico dell’uomo, ne emerse quadro totalmente diverso, rafforzato anche dalla comparazione tra i verbali che riportavano ciò che i migranti avevano dichiarato in sede di sommarie informazioni ai carabinieri e cosa invece avevano riferito davanti alla Commissione territoriale chiamata a decidere sulle richieste di protezione internazionale. In quest'ultima sede sede i migranti vennero tutti ascoltati alla presenza di un interprete ufficiale proveniente dal loro stesso Paese d’origine. Cosa che non avvenne per il primo verbale. 

I migranti, da Racconigi a Costigliole Saluzzo, si muovevano su un pullmino messo a disposizione dalla cooperativa e poi, in un secondo tempo, dall’azienda agricola in cui lavoravano. Questo servizio non era gratuito ma fatto pagare cinque a euro ad ogni bracciante. Una delle contestazioni mosse all’imputato era che i migranti pagassero direttamente a lui quelle somme di denaro e che fosse lui stesso a sottrarli dalla loro busta paga. 

Accusa, questa, che era stata completamente smentita dai sette braccianti chiamati a testimoniare in aula e assistiti da una traduttrice. Tutti avevano riferito di non aver mai visto M.M. prendere quei soldi e tanto meno richiederli, aggiungendo che quelle somme venissero sottratte dal datore di lavoro. 

Ancora, nel corso della sua deposizione, il responsabile della cooperativa “liberitutti” aveva affermato che per i centri che ospitavano molti migranti era normale dotarsi di un mezzo di trasporto autonomo per accompagnarli a svolgere pratiche sanitarie o burocratiche. 
“Nel 2017 un ragazzo afghano del centro morì in bicicletta – aveva spiegato al giudice –. Questo episodio fece molto riflettere in tema di trasporto stradale. Il pulmino era stato una strategia condivisa da tutti. I ragazzi erano contenti. Dopo aver ricevuto una serie di preventivi piuttosto salati da aziende di trasporto locali, avevamo deciso di usare quello della cooperativa chiedendo un rimborso spese di 5 euro a ogni ragazzo. I soldi raccolti venivano consegnati in ufficio e messi in una cassa comune che veniva utilizzata per altre spese, quali il gelato d’estate, i datteri, qualche sfizio per i ragazzi”.

Quel pulmino per cui veniva richiesto un “rimborso spesa” non era però autorizzato ad accompagnare i ragazzi sul lavoro e, in assenza di una codificazione chiara nella contabilità della cooperativa, venne sospeso. Furono pertanto le aziende in cui i ragazzi lavoravano ad occuparsi di riscuotere il pagamento. Aziende, che però, la Procura sosteneva essere state imposte da M.M. ai lavoratori. In aula tutti i migranti avevano negato di essere stati obbligati, anzi, molti di loro avevano confermato quanto spiegato di fronte alla Commissione Territoriale: che erano liberi di scegliere e che al Cas avevano trovato una vita migliore. 
 

CharB.

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