Era stato denunciato da un ex collega per avergli spaccato il parabrezza dell’auto.
Ma dietro quel gesto, che in tribunale a Cuneo ha portato alla condanna dell’autore a 9 mesi di reclusione, oltre al risarcimento di mille euro, c’era l’ombra di un debito.
A spiegarlo in aula, dove G.E., residente a Mondovì, è stato chiamato a rispondere di danneggiamento, era stata la vittima, D.E, 45enne di origini nigeriane, costituitosi parte civile: “Prendevo lo stipendio qualche giorno prima di lui - aveva spiegato- e per qualche mese mi chiese se gli anticipavo 100 o 200 euro e io glieli davo. Fino poi ad arrivare a 980 euro”.
Ma poi, al momento della restituzione, G.E. sparì dalla circolazione, diventando irraggiungibile sia al lavoro che al cellulare: “Accadde che morì mia madre - ha continuato D.E. - e dovevo mandare soldi al mio Paese. Così andai a casa sua per averne almeno una parte, ma trovai il fratello che mi minacciò di morte se fossi tornato a cercarlo”.
Dopo qualche giorno, poi, D.E. si ripresentò alla porta dell’imputato che questa volta si trovava in casa: “Non mi ascoltava e continuava a parlare al cellulare - ha riferito -. Allora glielo presi dalle mani e lui chiamò il fratello. Io scappai in auto e lo vidi alzare il braccio. Non so se avesse qualcosa in mano ma colpì il parabrezza della mia auto e lo spaccò”.
Poi, di corsa, D.E. intenzionato ad andare in caserma per denunciare quanto accaduto, incrociò i Carabinieri che stavano andando verso casa di G.E.: era stato proprio lui a chiamarli. “L’imputato ci raccontò della lite per il debito non saldato - ha spiegato un militare in aula -. Disse anche di essere stato spinto a terra e ci mostrò delle escoriazioni sulla gamba e la mano destra sanguinante, accusava l’altro uomo di avergli preso il telefono”.
D.E, dal canto suo, spiegò ai Carabinieri che cosa era successo e restituì il cellulare: “Lo avevo preso solo per costringerlo a ridarmi almeno una parte dei soldi - ha ammesso -. La ferita alla mano ce l’aveva perché aveva sferrato un pugno sul parabrezza”.