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Attualità | 19 dicembre 2022, 08:53

Ormea, la valanga di Valdarmella raccontata in un docufilm curato dall'Associazione Savin

Lanciato sulla piattaforma online Eppela, un crowdfunding, che termina a fine anno, per finanziare il film

Immagine di repertorio

Immagine di repertorio

Ricordare il passato per preservare il futuro.

L'associazione culturale Savin ha raccolto le testimonianze di chi ha vissuto i drammatici momenti della valanga che colpì la frazione Valdarmella, nel comune di Ormea, nel 1972 per realizzare un docufilm. 

L'iniziativa, nell'anniversario dei cinquant'anni della tragedia, rappresenta un'ultima occasione per coglie i ricordi prima che la storia li riduca ad un semplice, triste fatto della cronaca locale, senza più testimoni.

L'associazione così ha lanciato sulla piattaforma online Eppela, un crowdfunding, che termina a fine anno, per finanziare il film, chiedendo a tutti di sostenere il progetto; chi vuole partecipare alla raccolta avrà come benefit una copia del DVD e sarà citato nei titoli di coda.

Facile trovare la pagina, digitando su Google: “Eppela La montagna che resiste”.

 

 LA STORIA

Nella seconda metà di febbraio dell’anno 1972, una eccezionale ondata di maltempo flagella l’Italia. Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, in particolare, sono sferzati da una insistente pioggia che, in poco tempo, raggiunge livelli inquietanti.

Il quotidiano La Stampa, al culmine del rovinoso evento meteorologico titola “Furiosa ondata di maltempo su tutta l’Italia. Paesi e Valli isolati, vittime, gravissimi danni” e mostra in una foto di grande formato due fiat 500 che viaggiano con l’acqua al livello delle portiere, mentre tutto attorno non si distingue più nulla, né la strada, né i prati; le due auto sembrano battelli al largo, in un mare piatto ed anonimo.

La pioggia incessante provoca l’ingrossamento e lo straripamento dei torrenti e dei rii. Le chiuse dei laghi vengono aperte per far defluire le acque che hanno raggiunto un livello allarmante, esercito, pompieri e carabinieri vengono mobilitati per mettere in salvo le famiglie di contadini che sono rimaste isolate, all’interno delle loro cascine.

Frane e smottamenti rendono difficili gli spostamenti e la circolazione stradale e ferroviaria; come se non bastasse, ad aumentare i disagi, contribuisce il crollo di numerose linee elettriche.

Nelle pianure il livello dell’acqua continua ad aumentare, i salvataggi ormai si fanno con le barche, ma il problema aumenta nelle grandi aziende agricole dove centinaia di animali sono bloccati nelle stalle; Perfino l’autostrada Torino Savona viene chiusa: alcuni tralicci dell’alta tensione incombono pericolosamente sul suo tracciato. Intanto crollano capannoni e case ed il disagio nella popolazione raggiunge ormai limiti insopportabili; la situazione diventa, poco alla volta, drammatica.

In montagna dove non piove, ma nevica, la coltre nevosa aumenta di ora in ora.

Dopo un paio di giorni due metri di neve pesante ed intrisa d’acqua vanno a gravare sullo strato precedente che era freddo e farinoso, appesantendo in modo eccessivo le case; nelle borgate gli uomini salgono sui tetti e, palata dopo palata, cominciano a scaricarli per evitare il rischio di crolli, mentre la neve cresce a vista d’occhio.

Le borgate più in quota sono completamente isolate perché i mezzi sgombraneve non sono più in grado di muoversi; in molti luoghi, ormai, non c’è più energia elettrica, il buio arriva presto e la notte è scura, ovattata e carica di apprensioni.

Nelle case di montagna il silenzio viene interrotto dal rumore delle travi che gemono sovraccarichi di un manto che si fa sempre più pesante. Si sta col fiato sospeso e si aspetta con ansia l’arrivo del mattino, sperando che la luce porti uno spiraglio di sereno e la fine di questo incubo.

Valdarmella, una frazione di Ormea che sorge a mille metri di altitudine, vive la stessa ansiosa quiete degli altri borghi alpini.

La borgata, che oggi è quasi disabitata, contava nel 1972 ancora molti abitanti; essa sorge sulla dorsale che, accompagnando il corso del torrente Armella, affluente di sinistra del Tanaro, si arrampica verso un’ampia dorsale dominata dalle cime del Pizzo d’Ormea e dell’Antoroto.

Per raggiungere Valdarmella, da Ormea, bisogna percorrere sei o sette chilometri su una stradina che, superata una zona di profonde calanche sul cui fondo scorre il torrente, sbuca dove la valle si apre e mostra gli alpeggi che salgono verso il Pizzo.

L’abitato, addossato al versante, si sviluppa in salita lungo la strada; sono case semplici, col tetto racchiuso, in pietra color grigio scuro costruite con un'antica e sapiente tecnica che le ha preservate nei secoli, dritte ed immutate. Alcune hanno ancora il tetto in paglia; poche ormai. Altre sono passate alle tegole o alle lamiere di zinco; nella borgata ci sono abitazioni, stalle, fienili. Una piazzetta, anch’essa in salita, si apre attorno alla chiesetta di San Donato; il cimitero è poco lontano, su uno sperone roccioso che domina la valle.

L’insediamento ha origini arcaiche; negli anni ottanta, infatti, poco più a monte sul tracciato che collega questa frazione con il valico della Colla dei Termini, viene documentata una serie di incisioni rupestri che testimoniano la presenza in loco di insediamenti umani antichissimi.[1]

La mattina del 19 febbraio del 1972 la luce del giorno stenta a penetrare attraverso la neve che continua a scendere, densa; dalla parte alta della frazione si vedono a malapena la chiesa ed il fumo che esce dai comignoli.

La temperatura non è bassa; a tratti la neve si trasforma in pioggia ed il cielo sembra schiarirsi; Le case della borgata alta hanno lunghi poggioli di legno che guardano verso il fondovalle; qualcuno è fuori e sta spiando il cielo e la parte bassa della borgata.

E’ quasi l’una, quando il cielo si schiarisce un poco, è il momento più luminoso della giornata; i fiocchi si stanno facendo fini e la nebbia si alza fino a mostrare il versante del monte. Si sente il rombo di un aereo che vola alto, sopra le nuvole. D’un tratto il boom sonico fa tremare l’aria; l’aereo ha superato la barriera del suono.

Nello stesso istante sul versante sud ovest della dorsale di casa Brui, ad oltre 1400 metri di quota, si staccano due fronti di valanga e viaggiano verso il basso convergendo tra di loro finché non si incontrano.

In quel momento due piccole slavine diventano una sola valanga che precipita verso la borgata, divenendo gigantesca. Gli abeti ed i faggi si spezzano come ramoscelli, volano come piume davanti al fronte della slavina, divelti dall’aria che la precede.

Un brivido che non può essere descritto, percorre il corpo di chi, impotente vede la valanga raggiungere la borgata sottana e seppellirla.

L'enorme fiume di neve va a spegnersi nell’alveo dell’Armella, e quando tutto si placa lo spettacolo che appare è desolante: una parte della borgata bassa è scomparsa, il tetto della chiesa spunta appena dal livello della neve arrivata a valle riempiendone il solco.

Gli uomini della borgata alta partono subito, qualcuno si dirige ad Ormea per chiamare soccorsi, altri cominciano a scavare in mezzo a quella neve compressa e mescolata con pietre, legname, detriti, terra.

All’appello mancano tre persone, non ci sono più neppure le loro case: una è Adelaide Ghirardo, 67 anni, la sua casa era su uno sperone poco distante dal ruscello, gli altri due sono marito e moglie, Alfonso Gai di 74 anni e Paolina Pelazza, di 68.

I primi soccorritori non riescono neppure a capire bene dove fossero le case scomparse sotto la slavina, un evento così tragico ed improvviso ti toglie ogni prospettiva, ogni punto di riferimento.

Si scava forsennatamente nella neve, ma per ore senza risultati.

Intanto, sotto la spessa coltre, Alfonso e Paolina sono salvi. Il piano superiore della casa è stato spazzato via, ma il seminterrato ha retto, e la volta piegandosi sotto la furia della valanga ha creato una nicchia protetta.

La sotto il buio è totale, i due devono combattere col fumo perché la stufa a legna era accesa ed ora non c’è più tiraggio. Paolina si arrende, supplica il marito di stare vicino a lei, cosicché quando i soccorritori li troveranno saranno vicini, non ha più speranze.

Lui invece è caparbio, non cede.

Riesce a trovare una pala ed individua la porta d’entrata, divelta dalla slavina che ha riempito l’atrio di neve e macerie, e comincia a scavare.

Butta la neve in casa e scava un tunnel che sale verso l’alto. Il locale si riempie poco alla volta di neve, la galleria si allunga ma le forze cominciano a mancare.

L’uomo è stanco e fradicio.

Un bicchiere di vino lo ristora un poco, e ricomincia a lavorare fino a quando le forze lo abbandonano del tutto. Non ce la fa più. È esausto.

Però gli viene l’ispirazione di raccogliere le ultime energie e fare ancora un tentativo; si arrampica su per il tunnel che ha scavato ed infila nella volta di neve il manico della pala che va su; lo spessore è ancora drammaticamente tanto.

Ma tirando indietro l’attrezzo appare un filo di luce e fuori, qualcuno ha scorto quel pezzetto di manico spuntare.

Quella è la salvezza.

Si scava un pozzo che va a congiungersi con quello che sale e con una fune i due vengono tratti in salvo. Il buio sta ormai scendendo, e per l’altra donna ormai si sono perse le speranze.

Intervengono poi gli Alpini, i carabinieri ed il soccorso alpino di Garessio e di Mondovì; solo cinque giorni più tardi verrà trovato il cadavere dell’anziana donna, rannicchiato nel greto del torrente, sotto dieci metri di neve.

Nei ricordi dei testimoni torna alla mente, in primo piano, l'intervento degli Alpini che hanno lavorato alle ricerche per vari giorni.

Nel 1977, attraverso la pubblicazione del “Quaderno n. 21” interamente dedicato al capitolo inerente la Provincia di Cuneo dell'Atlante Storico Topografico  delle valanghe italiane, a cura del professor Carlo Capello, l'Amministrazione provinciale di Cuneo annuncia l'avvenuta organizzazione del servizio valanghe in collaborazione con il CAI deliberando la costituzione di un Catasto delle Valanghe del territorio della provincia.[2]

Prima di quella data non esisteva, quindi, alcun tipo di organizzazione né di prevenzione. Questo spiega come, sia in questo caso come pure in molti altri, il soccorso sia stato frutto di buona volontà e non di un'organizzazione predefinita.


1)       [1]Bertone Aureliano – Prima attestazione di incisioni rupestri nell’Alto Tanaro (Val d’Armella – Ormea)  B.S.S.A.A. , 1981, Pag. 91 e segg.

 

2)       [2]Carlo Capello e collaboratori -  Atlante Storico Topografico  delle valanghe italiane/Provincia di Cuneo/Volume 1- Cuneo 1977

 

comunicato stampa

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