Attualità - 20 marzo 2020, 11:21

Lo sfogo ricco di emozioni di un giovane medico cuneese: "Ho paura di infettarmi, di contagiare i miei, di non essere abbastanza forte per affrontare l’emergenza"

Annalisa Amati si racconta come un fiume in piena: "Mai sarei riuscita ad immaginare che il mio ambulatorio medico sarebbe diventato teatro della mia più grande paura. Ma dopo una notte insonne sono felice di tornare nel mio studio ad aiutare gli altri, anche solo con una parola di conforto”

Annalisa Amati, giovane medico di famiglia

 

Doveva essere un’intervista ma le domande alla fine non sono servite, perché Annalisa Amati, giovane medico di famiglia, è un fiume in piena. E alla prima domanda: “Dottore, cosa si prova dal punto di vista emotivo, essere in prima linea durante questa emergenza sanitaria?”, con voce ferma ma a tratti ricca di emozione, ecco cosa ci ha risposto:

“E’ da quando ero bambina che sognavo di esercitare la professione medica e dopo anni di studi finalmente sono riuscita ad avverare il mio sogno. Anni di sacrifici che si sono coronati con la proclamazione a voce alta, fiera ed orgogliosa, del giuramento di Ippocrate.

Ora dopo più un decennio da quel giorno, ricordando tutte le gioie e le soddisfazioni vissute in questo lungo periodo, non riesco ancora a credere di dover affrontare oggi una situazione così pericolosa e complicata come la maxiemergenza riguardante la pandemia da coronavirus.

Mai sarei riuscita ad immaginare che il mio ambulatorio medico, quel luogo che ho trasformato nella mia seconda casa, che pensavo fosse invalicabile e sicuro, sarebbe diventato teatro della mia più grande paura.

Sì, paura. E’ questa la sensazione che provo tutte le volte che apro la porta del mio studio da quando siamo stati travolti dall’uragano COVID-19.  Il sorriso, le strette di mano e le rassicurazioni  si sono trasformate in ansia e timore.

Ogni mattina devo trovare la forza di autoconvincermi che anche quel giorno riuscirò a non cadere vittima di una guerra impari contro un nemico invisibile e silenzioso, di non ammalarmi, obbligandomi a mantenere una distanza di almeno un metro da ogni essere umano che mi circonda e indossando la mascherina FFP2 (comprata dal ferramenta quando ancora erano reperibili) tutte le volte che devo visitare un paziente.

Da qualche settimana come un soldato al fronte ogni mattina indosso la mia divisa  (il camice, i guanti e la mascherina), prendo le mie armi (fonendo, saturimetro, sfigmomanometro) e mi preparo ad affrontare la battaglia. Purtroppo le mascherine che dovrebbero ridurre il rischio di contrarre il virus non si trovano più e sto usando la stessa ogni giorno.

Prima di uscire dall’ambulatorio rimetto gli abiti da civile per cercare di non far entrare il virus nella mia casa ed è proprio quando sono alla fine della mia giornata lavorativa, mentre mi appresto a raggiungere il mio rifugio che emergono tutte le mie paure ed angosce. Paura di essere l’untore che diffonde il virus perché ci sono alte probabilità per noi operatori sanitari di aver già contratto il virus e di essere dei portatori asintomatici. Paura di contagiare altre persone, paura di far ammalare le persone che amo, paura di essere non uno strumento di guarigione  ma un’arma carica.

Psicologicamente vivere questo isolamento affettivo è devastante. Vorrei abbracciare i miei genitori, vorrei avvicinarmi  per  tranquillizzare loro e me stessa e mai come ora  avrei bisogno di sentire il loro calore.

Ma non si può e non si deve fare. Non ora. Trascorro le mie giornate nella solitudine imposta dalla paura di nuocere ad altri, troppo sarebbe il senso di colpa di fare del male a qualcuno. Ci sarà un tempo per abbracciare di nuovo i figli e i mariti, per trascorrere un po’ di tempo con anziani genitori o nonni che necessitano di attenzioni e compagnia.

La sera girandomi e rigirandomi in un letto, cercando di prendere sonno, immagino che a pochi chilometri da casa un anestesista si logora nel dover scegliere chi poter aiutare prima, chi dover intubare, afflitto dalla certezza che prima o poi i posti in rianimazione potrebbero essere saturi. Immagino giovani medici neolaureati o medici anziani richiamati dalla meritata pensione che si troveranno a dover raccogliere le ultime parole e volontà di malati che non potranno salutare o vedere i loro cari per l’ultima volta.

E dopo una notte tormentata e travagliata, ti accorgi finalmente che l’alba è arrivata e tu e le persone a cui tieni siete ancora vivi e anche oggi è un giorno rubato alla malattia, ed è li che un sorriso mi attraversa il viso come un raggio di sole e sono felice… sì… si può essere felici anche al tempo del coronavirus, sapendo che oggi come domani indosserò la mia armatura e come ogni giorno combatterò la mia guerra cercando di rimanere in vita…  ho ancora voglia di vedere sorgere il sole e  “riveder le stelle”.

Annalisa Amati, giovane medico di famiglia

NaMur