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Attualità | 06 novembre 2016, 18:27

Le aree tartufigene sono a rischio: l'Unione delle Associazioni Trifulau Piemontesi incontra i sindaci del Monregalese e del Cebano

Scatta l'allarme: il rispetto verso le aree boschive sta venendo sempre meno e il tartufo in Piemonte fatica a nascere. Si studiano alcune contromisure per evitare la dispersione di un patrimonio culturale ed economico

Giancarlo Bressano, vicepresidente dell'Unione delle Associazioni Trifulau Piemontesi

Giancarlo Bressano, vicepresidente dell'Unione delle Associazioni Trifulau Piemontesi

È uno degli emblemi per antonomasia della provincia di Cuneo, con particolare riferimento alle Langhe e al Roero, ma ora il suo ciclo riproduttivo è messo a repentaglio da una sfortunata sequela di concause: stiamo parlando del tartufo, che da tempo immemore rappresenta una peculiarità assoluta per il Piemonte intero.

L'allarme è stato lanciato da Giancarlo Bressano, vicepresidente dell'Unione delle Associazioni Trifulau Piemontesi, che nel tardo pomeriggio di lunedì 31 ottobre ha incontrato presso il centro espositivo Santo Stefano, a Mondovì, i sindaci del Monregalese e del Cebano per confrontarsi con loro sull'attuazione di iniziative specifiche per la tutela delle tartufaie presenti sui loro territori, seguendo l'esempio dei Comuni dell'Albese.

"Abbiamo intavolato un discorso che necessiterà di ulteriori approfondimenti - ha spiegato -: a livello regionale ci siamo accorti dell'esistenza di questa emergenza, che ha come oggetto il taglio delle tartufaie. Non ci sono più la cultura e il rispetto verso il bosco e il tartufo in Piemonte fatica a nascere; a questa ragione, vanno aggiunti l'inquinamento, la scarsità d'acqua, la tipologia delle perturbazioni e le piogge acide. Occorre assolutamente fare qualcosa per proteggere le zone dove esso prolifera: spetterà ai primi cittadini individuare le modalità più idonee, però con dei progetti mirati sulle aree boschive e limitando l'abbattimento delle aree tartufigene si arginerebbe il problema".

Da dove nasce il fenomeno della recisione delle tartufaie? "Occorre precisare - ha proseguito Bressano - che esiste una legge redatta e approvata dalla Regione Piemonte che dispone il riconoscimento di un indennizzo, prelevato dai fondi derivanti dal pagamento dei nostri tesserini, nei confronti dei proprietari di piante a vocazione tartufigena, i quali per un anno consentono la libera ricerca da parte nostra. Questo, purtroppo, non avviene da tre anni, in quanto i nostri soldi sono stati destinati ad altre priorità, come ad esempio i "buchi" nella sanità; così, le motoseghe hanno cominciato a girare con preoccupante assiduità".

Una decisione controversa, che è stata oggetto di contestazioni da parte di tutti i Trifulau del Piemonte, come sottolinea lo stesso Bressano: "Abbiamo alzato un po' la voce ed eravamo pronti ad adire le vie legali: per legge i nostri contributi devono essere suddivisi tra manifestazioni, ricerca e indennizzi e, solo per quest'ultimo settore, parliamo di una cifra che si attesta intorno ai 300mila euro circa. Negli ultimi vent'anni questo provvedimento ha permesso di salvare numerosissime tartufaie piemontesi: il ripristino di questi contributi è, pertanto, di fondamentale importanza. Siamo in contatto costante con l'assessore regionale Alberto Valmaggia e sono già state inviate le lettere a tutti i Comuni, in quanto in tutte le Commissioni per l'Agricoltura devono essere inseriti due tartufai, che testino e rivelino lo stato di produttività dei boschi. Entro la fine di novembre dovrebbe sbloccarsi tutto".

Per quanto concerne invece la salvaguardia dei perimetri di raccolta nel Monregalese e nel Cebano, il vicepresidente dell'Unione delle Associazioni Trifulau Piemontesi ha asserito: "Un euro investito nel tartufo genera una ricaduta sul territorio di venti volte superiore: questo non sono io a dirlo, ma è quanto è emerso dagli studi dell'Università di Brescia. Avere tartufo significa avere turismo in casa: i sindaci mi sembrano tutti d'accordo sulla bontà della nostra iniziativa e devo dire che in particolar modo Stefano Viglione, primo cittadino di Mondovì, si è dimostrato molto sensibile nei confronti di tale problematica, proponendosi come capofila per individuare una soluzione. Aggiungo inoltre che il tartufo segue sempre la legge della domanda e dell'offerta: se c'è tanta richiesta a fronte di un'esiguità di prodotto, significa che bisogna lavorare alacremente per risollevare le tartufaie. Non dobbiamo sperperare il retroterra culturale che sta alla base del tartufo: ci stiamo impegnando, con l'ausilio della Regione, affinché venga riconosciuto come patrimonio immateriale dell'Unesco. Noi piemontesi eravamo i più grandi produttori di tartufi in Italia, ma ora la situazione si sta rapidamente capovolgendo. Rischiamo di organizzare delle fiere che abbiano come protagonisti tartufi che giungono da ogni parte del mondo tranne che dalla nostra regione: chi arriva in Piemonte per comprare un tartufo vuole che sia stato raccolto in loco. Commetteremmo un errore importandoli dalla Croazia, dalla Romania o dall'Ungheria, dove si trovano tartufi più grossi e più belli: ricordiamoci infatti che non stiamo parlando di un alimento vero e proprio, ma di quella che in cucina viene utilizzata al pari di una spezia per insaporire i piatti".

In attesa di novità nell'immediato, i tartufai piemontesi, unitamente al Centro Nazionale Studi del Tartufo, hanno lanciato un progetto di crowdfunding, denominato "Breathe the truffle" ("Respira il tartufo") e in vigore dal 21 settembre al 31 dicembre, con cui stanno ricercando dei fondi per ripristinare l'equilibrio ambientale in quattro aree piemontesi attraverso l'impianto di nuovi alberi e azioni colturali mirate (al momento sono stati raccolti 11.390 euro grazie alle donazioni di 37 sostenitori, ndr). In questo modo, si vorrebbe dare il via a comportamenti virtuosi di valorizzazione delle foreste e del frutto eccellente che queste spontaneamente donano all'umanità: il tartufo bianco d'Alba.  

Alessandro Nidi

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