E' stato recentemente presentato il Rapporto sulla povertà a Cuneo curato dalla Caritas diocesana. Colpisce il fatto che da gennaio ad aprile 2012 ci siano stati 115 nuovi casi di richieste d'aiuto. Si conferma il fenomeno dei working-poors per cui il lavoro non garantisce necessariamente un reddito sufficiente. Cuneo non è più un’isola felice e la povertà è in forte aumento.
I dati di inizio 2012 fanno presagire che i nuovi casi che afferiranno al Centro d’Ascolto della Caritas per l’anno in corso supereranno quelli già preoccupanti del 2009 (352 nuovi casi tre anni fa) e sicuramente rappresenteranno una tendenza in forte crescita, tenendo conto che l’affluenza è di circa due-tre casi al giorno.Come è stato sottolineato nell’introduzione il documento non chiude un periodo di lavoro ma anzi apre una fase di dialogo con le altre realtà consci che, come hanno affermato i relatori, “la risorsa delle risorse è il lavoro in rete”.
Tanti sono i problemi emersi che interessano anche l’ambiente psichiatrico: il lavoro, la casa, la solitudine, la dipendenza dall’alcol e dal gioco d’azzardo. Li abbiamo trattati e continuiamo a farlo con i nostri piccoli mezzi d’informazione: Muffin, giornale del volontariato cuneese per la salute mentale, a cui collaborano MenteInPace, AVO e DiAPsi dell’ASL CN1 e che esce come supplemento dell’Unione Monregalese e grazie ai finanziamenti del CSV – Società Solidale e la Newsletter mensile di MenteInPace (consultabili entrambi in formato pdf sul sito www.menteinpace.it).
Non voglio entrare nel merito dei tanti dati forniti in questo rapporto (consultabile sul sito della Caritas diocesana di Cuneo www.caritascuneo.it ) ma su cosa esso comporta per un’Associazione di volontariato come MenteInPace.Comporta necessariamente che si prenda atto non solo e non tanto della drammaticità dei dati quanto del cambio di fase che obbliga, a meno che non si vogliano perpetrare vecchi stili d’intervento stereotipati e orientati a coltivare solo il proprio “orticello”, a riempire i vuoti che si stanno creando (nelle opportunità, nelle relazioni, nelle risorse, ecc.) inventando nuove metodologie d’intervento, nuove strade di speranza e di collaborazione.
Nel fare questo bisogna far conoscere le iniziative con un continuo lavoro d’informazione e di coinvolgimento. Per questo mi rattrista che probabilmente il giornale Muffin, pur partito con grande entusiasmo, chiuderà le sue pubblicazioni o vedrà ridimensionate le realtà che lo realizzano. Occorre capire cosa fare (e se è ancora possibile) per riaccendere l’interesse a continuare, anche solo richiedendo il minimo impegno di inviare gli articoli, dalle varie realtà associative e/o dalle varie strutture psichiatriche, sulle varie iniziative realizzate localmente.
Così come la proposta di creare un coordinamento, nella realtà cuneese, tra le varie associazioni di volontariato per la salute mentale e gli operatori delle strutture psichiatriche, gli utenti ed i loro familiari denominato La Comunità che guarisce non sta proseguendo il suo cammino iniziato presso i locali del Santuario di Cussanio e del Seminario di Cuneo.
E dire che argomenti da discutere a livello di ASL e di provincia ce ne sarebbero molti, ad esempio:
• l’analisi ed eventuale aggiornamento dell’organizzazione dei servizi psichiatrici in relazione alle nuove problematiche, alle domande dell’utenza e dei familiari ed al loro coinvolgimento sullo stile, ad esempio, degli Utenti e Familiari Esperti;
• la previsione di agenzie di supporto delle strutture pubbliche per garantire il cosiddetto “dopo di noi” e cioè il sostegno delle fragilità oltre o senza i familiari;
• l’analisi della proposta di legge d’iniziativa popolare chiamata “181” e proposta dal movimento “Le Parole Ritrovate” specie alla luce dell’approvazione, da parte della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati del Disegno di Legge sull’assistenza psichiatrica che pare proporre un’ottica più reclusiva che riabilitativa;
• la previsione di nuove strategie per contrastare l’abuso di alcol e l’uso di droghe nei luoghi di lavoro con l’obiettivo non solo di ridurre il disagio ma anche il danno economico per le aziende ed i lavoratori;
• l’organizzazione di iniziative di socializzazione maggiormente strutturate ed aperte oltre gli ambiti della psichiatria per utilizzare le creatività nascoste o dimenticate;
• la creazione di opportunità lavorative, protette e non, anche in forma cooperativa e la previsione di un offerta abitativa agevolata (social housing).Ma per fare queste cose occorre crederci, discutere e proporre obiettivi realizzabili monitorizzandoli nel tempo.
Occorre (anche se la tendenza attuale va esattamente nella direzione opposta) soprattutto investire economicamente in strutture e personale nell’ambito della psichiatria territoriale, e quindi nella prevenzione e riabilitazione, perché ciò abbatte alla lunga i costi del disagio sociale per la comunità.
Ma tutti devono fare la loro parte perché, secondo la metafora utilizzata da Pierluigi Dovis Direttore della Caritas di Torino durante la sua relazione, “non è più tempo in cui si mangiano le torte ma è tempo in cui le torte, se vogliamo mangiarle, ce le dobbiamo fare da noi”.
Gianfranco Confortivolontario “MenteInPace – Forum per il ben-essere psichico”












