Tratto da una storia vera, la protagonista del recente film “Wild” si trova a vivere uno di quei periodi della propria vita che si possono definire orrendi. E' appena morta la madre, ha divorziato dal marito, che lavoro faccia non l'ho capito, ma è pressoché impossibile che in questi casi possa essere d'aiuto, semmai un motivo in più per scappare. Più altri problemi personali. Per salvarsi, decide di lanciarsi in un'impresa: percorrerà da sola le oltre mille miglia di montagne del Pacific Crest Trail. Essendo una donna, sull'attrezzatura all'inizio sbaglia tutto. Si porta una tonnellata di roba nello zaino e, soprattutto, scarpe sbagliatissime per una che dovrà camminare mesi in zone desertiche, nelle foreste e sulla neve. Poi rimedia, e inizia la sua avventura.
Quando finisce il film, con lieto happy end, se ci si ritrova in uno stato d'animo simile a quello della protagonista, è difficile non cadere nella tentazione di copiarla. Magari senza attraversare chilometri e chilometri di lande con la neve che arriva alle ginocchia, ma prendere ed andarsene, quello si.
Quando ero piccola, avevo già un'idea di fuga che pensavo avrei attuato non appena avessi avuto un'autonomia di movimento in auto. Via Nizza, a Torino, parte da Porta Nuova e arriva fino a piazza Bengasi, è lunga 5,2 chilometri ma mi pareva una strada lunghissima che portasse al nulla. Il limite oltre il quale non mi ero mai spinta era piazza Carducci, e oltre immaginavo ci fosse chissà cosa di meraviglioso da scoprire. Mi sembrava d’essere una piccola Cristoforo Colombo che progettava il viaggio nel misterioso. Ancora prima di prendere la patente, però, grazie a tram e autobus, la magia dell'ignoto era scomparso completamente.
Più adulta, periodicamente, questa tentazione di scappare da tutto si ripresenta. Prendersi un bell'anno sabbatico (che presso gli antichi ebrei corrispondeva ad un periodo durante il quale si lasciavano riposare le terre, si condonavano i debiti e venivano liberati gli schiavi), cosa che qui da noi è ancora piuttosto rara a differenza di quanto accade nei paesi anglosassoni, viaggiare, vedere cose, incontrare gente, conoscere e fare esperienze nuove. Come mettere il cervello sporco nella lavatrice e tirarlo fuori bianco splendente. Le possibilità sono diverse. Fare il mitico giro del mondo, o visitare solo qualche Paese, vendere casa e vivere su una barca a vela, andare a fare volontariato in paesi disagiati, aprire un chioschetto su una qualche spiaggia più o meno tropicale. Tanti lo fanno, e a loro va la mia massima ammirazione. Quante volte ci ho pensato?
Quello che però mi blocca è il pensiero del ritorno. Prendo, parto, giro il mondo a piedi (esagerando), e poi che succede? Riprendo la vita di sempre, casa, lavoro, la solita routine dalla quale ero scappata? Può darsi che dopo mesi e mesi di pellegrinaggi ci si stufi e si abbia un desiderio incontenibile di tornare a vivere come si è sempre vissuto. Perché il cervello è tornato pulito. Non so, dovrei provarci.
Intanto che ci penso, andrò a fare il giro dell'isolato.