Si iniziava proprio in questo periodo, a pianificare “il” viaggio dell'estate. Come tutti i ventenni, mi piaceva visitare i paesi stranieri. Finché dipendevo dai miei genitori avevo viaggiato per l'Italia in lungo e in largo. Bellissima, ma volevo allargare un po' i miei orizzonti.
Ci si incontrava varie volte, per pianificare il viaggio auto-gestito, più avventuroso, e nelle nostre intenzioni più economico, a casa di quelli che erano già stati sperimentati e testati compagni di viaggio affidabili. E soprattutto con gli stessi gusti. Che non aveva senso andare, per dire, con gente discotecara che viveva di notte e dormiva di giorno, per me che mi sono sempre annoiata mortalmente nei locali notturni.
Quindi, prima riunione. Scelta del paese. Difficilissima. Tutti da vedere, tutti interessanti. Però il budget a disposizione da poveri studenti limitava ampiamente il range. Niente paesi extraeuropei, si aveva un'auto a disposizione, si dividevano le spese del carburante, tutto al risparmio. La macchina, nel migliore dei casi , poteva appartenere ad uno degli amici, altrimenti toccava farsela imprestare da un fratello maggiore o dal padre. Che dovevano nutrire un'immensa fiducia – di fatto mai riposta totalmente in noi, affidandocela per almeno tre settimane.
Seguivano altre riunioni, per affinare la meta. Il web all'epoca (si parla degli anni Ottanta) era ancora qualcosa di neppure immaginabile. Tutte le informazioni le attingevamo dalla carta stampata. Guide turistiche, ritagli di giornali di viaggi accumulati durante l'anno, cartine. In questo poco differiva dalla pianificazione dei viaggiatori d'antan, da cui poco o nulla ci distingueva quando non ci mancava l'auto e gli spostamenti li si faceva in treno. Molto avventuroso, molto ottocentesco.
Il momento più emozionante era quando si tracciava il percorso, sulla mappa, di carta appunto. Primo giorno, prima tappa: qui. Secondo giorno, seconda tappa: li. Si era in preda di un'esaltazione quasi mistica. Il viaggio, posti sconosciuti, persone e mentalità diverse, tanto arricchimento culturale, ma anche svago e divertimento. La mente era già in quei posti, ancora stranieri per poco.
Avevamo l'abitudine di non prenotare i pernottamenti, e devo dire che non abbiamo mai incontrato particolari difficoltà. L'assenza di un tetto sicuro dove passare la notte ci portava a credere in una vacanza on the road genuina, dove il caso avrebbe giocato un ruolo importante, e così avvenne molte volte, con incontri interessanti e memorabili, quando capitava di essere ospitati da privati affittacamere.
E poi c'era la questione del denaro, nel senso pratico del termine. Niente euro, ogni nazione aveva la sua moneta, il che comportava il partire già portandosi dietro tutto il denaro occorrente, cambiato in valuta e in travellers cheques. La carta di credito non sapevamo neppure cosa fosse.
Finalmente, il giorno fatidico che sanciva l'inizio dell'avventura! Le mamme e i papà ci salutavano come se stessimo partendo per la guerra, con un mare di raccomandazioni. Erano preoccupati. Ma il bello, allora, era che non esistevano i telefonini e si contattava casa tramite telefono pubblico, a gettoni o monete, comunque sempre comunicazioni moooooooolto contate. Tanto la telefonata tipo era “Ciao, sono io tutto bene e voi anche? Si mi diverto. Sto bene. Si, sto bene veramente. E' tutto a posto. Sto bene. Ciao”, in media ogni tre- quattro giorni. Tanto la filosofia era questa: le notizie brutte arrivano subito e ovunque.
Il mio viaggio più “avventuroso”, fu Torino – Yugoslavia – Grecia, andata e ritorno in quattro su una Duna weekend nel 1989. Ci avevano avvertito che la Yugoslavia, ancora tutta d'un pezzo, era pericolosa, le strade erano disastrate e gli abitanti non molto accoglienti. Non era vero. A dirla tutta, le strade non erano proprio il massimo del comfort, ma la Duna non riportò alcun problema, e con le persone incontrate non ci fu alcun intoppo. Anzi. Va bene che gli stavamo portando dei soldi, ma nelle case private fummo sempre accolti come fossimo di famiglia, dormendo nei loro letti (puliti più di quegli degli hotel in stile filosovietico e rimasti congelati nel tempo, con la moquette impregnata di polvere dagli anni settanta) mangiando alle loro tavole (ricordo solo uova sode, ma sicuramente c'era anche dell'altro). Visitammo luoghi, città gioiello come Sarajevo o Dubrovnik che poi non sarebbero più stati gli stessi, massacrati dalle guerre etniche. Attraversammo la Macedonia, il posto più povero dove sia mai stata, e arrivammo in Grecia, accolti dall'afa mostruosa di Salonicco. E poi i siti archeologici, splendidi; il mare e le spiagge altrettanto struggenti. Una vacanza che nei ricordi sembrerebbe essere durata mesi, mentre si trattò soltanto di tre settimane, tante furono le esperienze che vivemmo e che ci aiutarono ad aprirono la mente verso persone e culture estranee ma preziose.
Un'esperienza che raccomanderei a chiunque, specie alle nuove generazioni in procinto di affrontare un viaggio, sicuramente con meno tecnologia al seguito, ma con la consapevolezza di poter vivere un'avventura indimenticabile che sarà per sempre scolpita tra i ricordi più cari.