Oggi parlerò di una categoria che o si ama o si odia: il ciclista urbano. Cercherò di essere super partes, non essendo una che usa la bici per spostarsi in città. L'idea in sé mi piacerebbe anche, ma ho il personale problema di avere un senso dell'equilibrio molto precario, e pur sapendo andare in bicicletta, non è che mi fidi tanto usarla nel traffico cittadino, per cui evito onde non essere un pericolo per me e per gli altri. In linea di principio, l'uso della bici in ambito urbano è quantomeno ammirevole, per motivi condivisibilissimi quali la diminuzione del traffico e del conseguente inquinamento, dell'aria e acustico.
La città di Cuneo in questo è all'avanguardia, sebbene sia un po' svantaggiata dal punto di vista climatico, ed il Sindaco per primo ne dà il buon esempio. Intanto è stata prima città italiana ad istituire “Bicincittà”, il servizio di bike sharing, del quale tutti possono usufruire dietro versamento di una piccola cauzione. E che è stato preso come modello anche all'estero. Un sistema assai semplice, non come quello che si sono inventati ad esempio a Nizza, che oltre ad essere a pagamento, alla prima volta che si prende una bici bisogna perdere un sacco di tempo alla colonnina di parcheggio per capirne il meccanismo veramente complicato.
Inoltre a Cuneo c'è una lunga rete di piste ciclabili, in continua espansione, non ultime quelle in pieno centro cittadino, che in verità qualche malumore nei cittadini l'hanno creato. Ma il problema è, come sempre, generato dai singoli ciclisti, che alla fine fanno odiare l'intera categoria. Per alcuni di essi, e non sono pochi, sembra che come inforchino la bicicletta gli si attivi una parte del cervello che li faccia diventare anarchici e sprezzanti delle regole.
Perché, se ci sono le piste ciclabili, costruite apposta, i ciclisti urbani anarchici devono comunque passare in mezzo alle auto, zigzagando o stando ben bene in mezzo alla carreggiata? Sarebbe più sicuro per prima cosa per loro stessi, ma sembra che il non utilizzo delle piste a loro dedicate li faccia sentire particolarmente “fighi”. E guai a farglielo notare. Se dall'auto gli si strombazza indicandogli che a un metro da loro c'è una bellissima pista sgombra lì tutta per loro, ti guardano sprezzanti e continuano come se niente fosse.
Poi ci sono i ciclisti anarchici che adorano andare contromano. Quando sono in macchina ho sempre il terrore che mi si vada a spiacciccare sul cofano uno di questi che sfrecciano agli incroci a tutta velocità. Ancora peggio se si portano sul seggiolino il bambino, una categoria pericolosissima di ciclisti che si incontra in orario di apertura e chiusura scuole, e che spesso e volentieri vanno contromano se non addirittura sui marciapiedi! Ed un' habitué dell'uso improprio degli spazi che dovrebbero essere ad uso esclusivo dei pedoni, è un'anziana suora che spesso passa velocissima sotto casa mia. Pericolosissima.
Il fatto di stare su una bicicletta sembra anche che dia loro il diritto di infischiarsene dei semafori, soprattutto quando c'è il rosso. Per loro il rosso non esiste, non è stato pensato per i ciclisti anarchici che hanno tutti i diritti e non rispettano nessuna regola, e per i quali troppo spesso il codice della strada non viene fatto rispettare.
Detto questo, è encomiabile da parte dell'amministrazione cittadina la volontà di incentivare l'uso delle due ruote e trovo esagerati certi malumori da parte dei pedoni, che hanno criticato alcune scelte del Comune come la recente pista ciclabile in Corso Nizza, che rimane ancora sottoutilizzata. Sarà perché i ciclisti urbani anarchici non se ne sono ancora accorti?